Versi

La Rovere Grossa ; Fraschetta ; Solstizio ; A vízita ; SS 586 ; Parte del gioco ; L'anglismo ; "Quelques instants secrets" ; Sud e Nord ; Quei là ; L'America ; San Bernardo ; Via del sale ; I pionieri ; Il tasso di Martinasco ; L'aria della casa ; La migrazione ; Storie ; I segni di una stanza ; Di un fiore ; L'eterodosso ; La casa delle vacanze ; [Due metri di ossa ...] ; [Lungo allampanato ...] ; La capra ; Osservazioni del cavallo Jolly Jumper ... ; [Presente alla festa ...] ; In memoria del conte Aldo Gnoli ; Gli uomini di Aran ; Sonetto

 


La Rovere Grossa

È caduta la Rovere Grossa,
sei caduta anche tu
ad anni trentatré,
lei mille;
vi ritrovo a sentire
un miracolo d'ancia
ché al suono dell'anima
non servon solo dita.
È caduta la Rovere Grossa,
cadrò anch'io,
neppure è più qui
l'osteria del nostro punch,
delle sere al centro del tempo
con Ferry o con Bani:
tu che non ballavi
c'eri,
ci sei.

[Pieve di Montarsolo 2020.08]

 


Fraschetta

Spogli spiccano i rami
sul grigio dei mesi freddi:
il dimesso tepore
delle solite campagne
sa di vecchi mattoni dei paesi
e cortese e bellacalda,
ringhiere al primo piano sul cortile.
Da poco incontrati
conoscersi da sempre
nelle storie comuni d'una terra,
star bene in un cinema bisala,
in pasticceria di notte:
ipotizzando futuri
esser ricchi di presente.

[Fraschetta meridionale 2019.11]

 


Solstizio

A passo di formica
ricomincia l'anno:
un po' di luce dai colli,
una chiazza di neve.
A passo di formica
seguitiamo
la vita complessa,
faticosa, ricca:
i visi d'ebano,
un'ostica gatta,
la sorte di Melusina,
il saggio di musica,
il nostro futuro
che adesso si svolge.

[2016.12]

 

 


A vízita

Di ur
ch'ij speciava
in sta sira d'nebia:
u s'derva ades
l'üs dl'ustarija,
a fiureina
aa vuz di umaron
cunteinta gh'va adré:
"...gh'è chì 'l galante
dela vostra galeina griza!"
I rivo
n po par vota:
a cavagna a gh'l'à Érica,
e cul dl'armònica
l'è adré a sügas a front:
dagh una cadrega,
taja u salam...
St'an chì fein i balo
in sala di là,
a gh'è tüta na squadra
e da part i gh'è quei
ch'i laso n'abras,
auguri dabon
ch'i pödan dürò.

La visita

Delle ore
che li aspettava
in questa sera nebbiosa:
si apre adesso
la porta dell'osteria,
la bambina
alla voce degli omaccioni
contenta va dietro:
"...c'è qui il corteggiatore
dela vostra gallina grigia!"
Arrivano
un po' per volta:
la cesta ce l'ha Erica,
e quello della fisarmonica
si sta asciugando la fronte:
dagli una sedia,
taglia il salame...
Quest'anno ballano perfino
di là in sala,
c'è tutta una compagnia
e da una parte ci sono quelli
che lasciano un abbraccio
auguri davvero
che possano durare.

[Crotta 2015.04]

 


SS 586

Radunano il fieno
ché è sereno il mattino
giù ai prati
lungo l'acqua che viene
chiara dai boschi
di Barbagelata;
sull'asfalto
attende a motore acceso
un carico di faggio:
nelle grida d'intesa echi
di quelle alle mule
che davanti alle volte fermavano
e ne bevevi uno in più
se ci trovavi la musa.
Ora il barco è in lamiera,
slubbiate le fasce,
dispotici i timbri
ma riaccende la voglia
quel primo fumo di stufa
che partano i villeggianti
e si esca a grigi
o a porcini.

[2014.08]

 


Parte del gioco

Voi che ne sapete dell'amore!
So io
quel labbro piegato appena
quando inutile e vera
sull'autostrada d'Intrafiumi
esplose una carezza sulla tempia;
quel devoto tacere
se pensava al Rivale affascinante;
l'orgoglio d'esserle accanto
in coda per la psico
sentendomi nel mondo al posto giusto;
o chi riluttante mi ha spiegato
che c'era lì Dio
nel gerbido dal lato di Bregni
e io ho pensato a un nonno
fucilato;
convincerti a sentirci ancora,
a non proteggermi
ché il dolore,
parte del gioco,
lo vale.

[2013.12]

 


L'anglismo

Mi tantalizza anche oggi
la tua vicinanza
di anima sorella
fatta l'una per l'altro e
non viceversa,
mente esponenziale
lanciata contro i piloni a vento,
latifondista di incolti
bella non sai come
col tuo specchio balordo.
Da qui è tutto chiaro:
gli occhi la birra l'anello di latta
la microfibra il manuale dell'utente
il becchime antigelo il vestito
le iniziali maiuscole
l'innesto dei bordoni
le mie troppe parole
la tua cortese attenzione
i chuba il fottuto settarismo
il sincretismo delle cime
e futile il resto
se scorre intorno a noi.

[2012.12]

 


'Quelques instants secrets'

Sposerei quel sorriso,
umano miracolo
apparso alla Estació:
che illuminasse i giorni
da sotto i dolci capelli
come adesso
saluta qualcuno e
leggero continua
in partenza per altrove.

[Barcellona 2011.10; titolo da "Les passantes"]

 


Sud e nord

Occhi che riportarono alla vita
in un bar di Pavia,
inopinati occhi
meridionali e chiari,
animo aperto
che un vecchio orso pedinava
oltre il ponte coperto
scomparso e riavvistato
fra i ciclisti equosolidali
passare il suo giubbotto a Linda
lepontina freddolosa:
bello e inattingibile,
connesso ma invisibile...
Quando torna da Asfissia del Colle
posso offrirgli un ambiguo maestro
— non temete: sa restare al suo posto,
è solo che gli piace l'aria buona.

[2010.07]

 


Quei là

Non l'immagini qui dalla pianura
ma una gente antica
è annidata fra quei monti:
razza piccola e coriacea
occupata in un vivo brulichio
di cassette di verdura, manifesti
e cani per la strada
che fra poco passa la corriera,
motocarri carichi di cose
inerpicati per le fasce
e scabri saluti
in fricative palatali,
criptiche allusioni
che pur sembra di toccare,
ambizioni a corto raggio
che non perdon tempo in scuse
sulle soglie dei negozi,
fra l'odore di focaccia
e le insegne di latta
arrugginita:
"olio di oliva", "caffè"...

[Bereguardo 2002.7-8; sui Liguri, in particolare dell'alta valle Scrivia]

 


L'America

L'America, mi dici,
è spaziosa e pulita
con gran viali per il footing
e sorrisi sottovetro...
Io qui sono in cammino
sui calcari consueti:
di un angolo di via
oggi imparo la storia,
di nomi perduti
e semine e raccolti,
legna caricata sulle slitte.
A che scopo trasvolare
a casa di tre inglesi
sporchi ancora del sangue
di chi ieri hanno sfrattato?...
Mi risparmio Disney Land:
a pensare ai tuoi capelli resto qui,
che è arrivata la luce
chiara di primavera,
e guarda
l'acqua del torrente
come corre.

[Volpedo 2001.4; lettere da un'amica in soggiorno alla Cornell University, e frequentazione dell'alta val Curone con gli zii]

 


San Bernardo

È fra i monti verdi d'Appennino
la mia spiaggia di Sète
dove infine stabilirmi
a esser parte della Terra:
sul fianco antico
di mastro Alfeo
rivolto alla quieta valle
ad aspettare il tuo fiore,
ché sarà lunga e tortuosa
la tua strada, amore,
di incalzanti meandri
e cigli franosi,
di borghi abbandonati e druidici faggi.
Ma avrò la compagnia della fontana
che scroscia nella vasca
e di qualche faina,
e sopra l'erba nitide
le stelle d'inverno.

[val Boreca 2001.10; riferimento a "Supplique pour être enterré à la plage de Sète" di Georges Brassens]

 


Via del sale

Al Mulino di Salata
c'era una ragazza mora:
assai bella m'è sembrata
ma dovrei vederla ancora.

Fino a quando andava il forno
c'era pane da comprare
e diceva il vecchio «un giorno
non potrò più continuare».

Sotto l'arco di Rocchetta
la tua boria tienla bassa
che di lì la strada è stretta
ed in due non ci si passa;

poi se hai fretta di andar via
non son io che ti trattengo,
ma non so che gusto sia
a sguazzare là nel fango...

Sulla piazza di Garbagna
cinque gatti aspettan l'una
su un gradino di lavagna
proprio in fianco alla cucina...

Fra i miei colli ed i cortili
un colore verde intenso
spunta sui rami dei meli,
io ritorno e intanto penso

che al Mulino di Salata
c'era una ragazza mora:
assai bella m'è sembrata
e vorrei vederla ancora...

[2001.5; in auto lungo uno storico percorso di commerci]

 


I pionieri

Lo si sente ancora
l'odore di quei tempi
avventurosi:
nei nomi dei posti,
nella tua voce
d'antico accento
che fa riecheggiare
le strade bianche, le osterie
dove correva la fama
del bandito Pollastri...
E la strada finiva
poco oltre San Bastiano:
poi su a piedi
con mia mamma nella gerla,
a veder da quali monti
gli uomini, come fieno,
in paese eran tornati
distesi sopra i carri.
Ma a me indichi
i profili delle coste,
le fontane segrete,
i sorbi, le genziane...
E oggi è festa il nostro mangiare
con sugo d'aglio e di noci,
e la neve si è sciolta:
si vede dall'acqua
che arriva limpida
al ponte.

[Volpedo 2000.12-2001.2; ricordi di famiglia in val Curone, compresa l'uccisione del nonno Luigi, trasmessi dallo zio Pippo; l'ajà si mangia tradizionalmente la vigilia di Natale]

 


Il tasso di Martinasco

Si è zittito finalmente
quel motore di trattore
e il tramonto si fa quieto
sopra i campi,
dalle case nulla d'altro
che riflessi aranciati,
solo dentro al bosco
dei fruscii:
ali di ghiandaia
e allo sbocco d'uno scavo
discreto ed assonnato
spunta il tasso.

È il momento per uscire,
respirare l'aria calma,
ribaltare con la zampa
qualche sasso,
e lasciare che ritornino
i pensieri più vicini
di certe cose amate
ora lontane:
un sorriso ospitale,
contagiosa energia,
concretezza sana
di campagna,
un calore di biscotti,
un'ostinata volontà
di mettersi a scrivere
una lettera,
un filo di sapienza
fra le righe d'un libro
e un tono di voce
profondo...

È l'ora di girare,
annusare gli anfratti,
con curiosità mammifera
stare al mondo.

[Volpedo 2000.2-8]

 


L'aria della casa

C'è un po' di te in questa casa
che non hai visto mai,
porte aperte per venire
e per andare via,
dal cortile voci di zii,
frulli indaffarati di animali,
e finestre per raccogliere il sole,
per sentire il rumore della pioggia.
Dentro i miei passi un po' di te
che eri qui ora e sei già lontana,
cuore vivo, sguardo attento,
donna semplice da abbracciare,
brezza di civiltà
che spira nelle valli noriche,
musica di fisarmonica ariosa...
vino bianco, pane caldo
dalla bocca fonda del mio Appennino,
anima nascosta
che bene ti conosce
e ascolta e non dice niente.

[Volpedo 1999.9]

 


La migrazione

Anonima e affollata la città in cui sono capitato,
balia senza affetto che ti nutre di latte artificiale,
e mio padre il cielo bianco che sorride mesto e rassegnato:
Milano Centrale

con la voce impersonale annuncia ritardi e coincidenze
a straniati viaggiatori per affari ansiosi di scrutare
le loro quotazioni personali sul display Partenze:
Milano da usare.

Ma il chiasso resta fuori quando ci si mette in movimento
col sollievo di sentirsi andare e di là dal finestrino
lo scenario dei palazzi accatastati sfila lento
ed è già lontano;

adesso gli autobus arancio sembran scatolette
ignare di quel mondo di rotaie più grande che le cinge
e mascherato d'edera, vitalba e quattro erbette
campagna si finge.

Ma il casellante oltre la rete tiene un orto insospettato
e scorrono già i campi arati in fianco ai casermoni:
decisi e indifferenti noi abbiamo ormai imboccato
la rotta degli aironi.

Ancora rintronato dal vortice di cose che mi sceglie
quando rialzo gli occhi mi ritrovo in un tramonto rosa
tagliato dalla sagoma irreale delle guglie
della Certosa.

...

[1997]

 


Storie

C'erano una volta il capitano FitzRoy
l'irascibile commensale
e il mestiere di tenergli compagnia
sulla nave di Sua Maestà;
in cabina eran epiche battaglie
contro il mal di mare
quando le burrasche incrociavano le righe
del libro di Lyell!

Di quei tempi, quegli spiriti
torna un soffio questa sera,
ridestato per magia
dal tuo cuore cercatore...

Così vive il ricordo dei giganti
allorché si fronteggiavano
splendenti negli augusti scranni
della Società linneana,
delle gesta di Thomas il Mastino
dalle lunghissime basette
e dei famosi legumi che crescevano
nell'orto di Brno!

Alla luce delle stelle
per adesso ti addormenti,
ma se resti qui domani
ti continuo a raccontare...

[1997.3; parlando di biologia evoluzionistica]

 


I segni di una stanza

Ci s'introduce disinvolti
ma poi subito sconcerta,
impone le sue leggi il piccolo universo;
sono i segni di una stanza
che tradiscono
istanti d'azione:
l'orecchia di una pagina,
il bicchiere vuoto,
il poster ingiallito d'un paesaggio!
Tracce
pronte da interpretare,
lavoro per l'abduttore
che colleghi un bottone ad un vestito,
forse a una donna...
È la falsa immobilità di un ologramma,
quadro banale
che va visto di sbieco.
Un cassetto sporgente, un indirizzo,
un velo di polvere
non tutto spiegano,
tacitamente alludono
ad atmosfere,
brani di vite.

[1996.4, riv' 1997.7]

 


Di un fiore

Non ti chiamerò rosa,
diresti che è banale.
Ma tu sei quella primula
che ho incontrato in un giorno di gennaio,
così fuori posto,
dolce e irriverente.
Ho spostato un po' di foglie secche
che coprivano le tue
per dar spazio al tuo coraggio:
possa tu almeno – ho pensato –
fotosintetizzare;
ma intanto mi accorgevo
di essere io
ad esser stato liberato.

[Bosco Vedro (NO) 1993.1]

 


L'eterodosso

Dicono che guardi a San Pietro
perché verso di là l'hanno girato,
ma Bruno scruta molto più lontano...
Son venuto a trovarlo stamattina,
a leggere il giornale insieme a lui:
parla delle vergogne nazionali.
Mi chiedo se qui si trovi bene
fra le grida dei rozzi fruttivendoli
che denno esser governati,
forse compagnia più sopportabile
dei grassi turisti con gli occhiali
che verrebbero in una piazza più famosa:
di Campo dei Fiori non c'è la cartolina.
Che ne pensa? – ché di certo pensa –,
il suo silenzio m'incute soggezione.
Ma forse sta guardando più lontano,
al di là del Raccordo Anulare,
nelle stelle infinite ed oltre quelle,
dentro di sé.

[Roma 1992.1]

 


La casa delle vacanze

A metà strada fra Savona e la fine del mondo
bivio a destra per chilometri 7:
tu la vedessi (ma sarà difficile)
la nostra nuova casa delle vacanze!
Se passi di là (ma sarà improbabile)
vieni a trovarci: più o meno tre stanze,
la corriera da incrociare nelle curve strette
e un olio che si dice sia la fine del mondo.
La fine del mondo è fra 50 chilometri:
prepara i documenti, li dovremo presentare
agli emissari in divisa del Grande Programmatore;
la carta verde sul cruscotto bene in vista,
nascondi l'olio, e che Tom Bombadil ci assista.
Quando saremo ricchi si darà l'addio ai gasometri,
andremo a bearci nella casa delle vacanze
fra gli ulivi, la vista e le nostre tre stanze
sull'asfalto nero di 7 chilometri.

[Villa Faraldi 1990.1; coi genitori e con gli zii Claudia e Ferdinando per la Riviera di Ponente; il Grande Programmatore è un'entità citata nei racconti fantastici dell'amico Fabrizio Venerandi]

 


 

Due metri di ossa
da portare attorno
nel sole,
da tenere in piedi
sopra questa terra
polverosa
che dà olio e fichi
– oh, dolci i fichi –
e dolore in testa
ma non da morire,
di morire non è tempo ancora.
E bel tempo, hai visto che sole,
cielo azzurro
e dolore.

[Arma di Taggia 1989.10]

 


 

Lungo allampanato percorro tranquille
vie vuote di mezzogiorno, scalette
non tutte distrutte dalla mareggiata.
Capelli lunghi e libero pensiero,
amica mia diciamolo pure:
si ama sé stessi e al prossimo il di più.
Qui una stazione
da pochi binari,
passaggio a livello chiuso e al sole
ma confidiamo che si riaprirà.
Il cane nuovo di Dindo
ha il pelo nero e marrone.

[Bogliasco 1989.3]

 


La capra

Perché
ci vuoi comandare,
perché ti credi
maggiore?
Diavolo di un frustrato, non ti sfiora l'idea che sarebbe più bello conoscerci?!

Sull'erto monte
la capra bruca
erbe dure
da sola.
La chiami,
ti guarda tollerante...
ma come,
non scende?
Funi, corde,
polizia,
la capra sarà mia!
Scomodamente
aggrappato alle spine
la raggiungi
scorticato,
quella sale di un passo,
da lì sopra ti guarda.
Ehi là sotto,
che ridete?!
Ma venite
ad aiutare.
Tira tira,
la capra
fa quel che le pare.

[1989.3]

 


Osservazioni del cavallo Jolly Jumper
e del suo affezionato compagno di viaggio

«Ehi cowboy, vecchio mio, ripartiamo di già?!
Dove hai lasciato quella signorina
che profumava di basilico
e sincerità?
Aveva detto che la tua voce non è male,
ma tra noi: al di là della cortesia
dovevi proprio parlarle di scienza
e di filosofia?»

«Senti mangiafieno, che ne vuoi sapere
di questi che io chiamo affari miei?
E meno male
che non m'accompagni pure su per le scale!
Anche quando non trovo una risposta pronta,
finché non è in gioco la nostra libertà
non importa cosa sembra alla gente:
non mi sento un cretino, e questo è quel che conta.
Ci sono persone che amano ascoltare,
non solo dire,
coltivano il pensiero con passione, come noi
questo nostro paziente, scrupoloso lavoro
di disegnarci nella testa una pianta del mondo,
trovare le strade davvero principali
ed altre più vistose riferirle a quelle,
scoprirle in fondo
non fondamentali,
non così belle.
La pista giusta è difficile seguirla,
a volte così sottile
che par d'averla persa
ma la ritrovi soltanto un po' diversa.»

prospettive nuove «Cowboy che mi monti, scusa il dubbio ma
sei sicuro che il cammino poi ci porti alla verità?
È una vita che ce ne andiamo,
che solleviamo polvere
e ne mangiamo,
ma dove vogliamo giungere?
Nelle città che attraversiamo
osserva quelle cartacce per terra
depositate lì da anni come certezze
che poi un giorno,
un giorno di vento voleranno via all'intorno.»

«Caro amico, sembra di andar piano,
di sentir sulla strada un velo d'incertezza assassina,
ma pensa a dove eravamo
solo ieri mattina.
Con le idee meno confuse che stringiamo
troveremo nel deserto rocce viola,
sarai capace di salirci tu
e il solito paesaggio visto da lassù
ci apparirà con prospettive nuove.
Bisogna aver costanza,
amare la nostra pazienza
di fare castelli di carte che non cadano,
costuire con calma ponti che non cedano
per passarci poi sopra e proseguire
nel lungo viaggio d'esplorazione che ci prende l'intera vita.
Quando siamo stanchi fermarci a riposare
vicino a un fuoco protetto dalle piante
a bere e guardare le stelle,
posare i pensieri dalle spalle;
o stare a parlar sulla veranda d'un amico
nella sua città incontrata sul percorso,
rimanere anche a lungo,
indugiare ancora un poco.
Ma mentre provo se è morbido il suo letto
qualcosa mi fa alzare sussurrandomi
di altre città da vedere,
di altre cose da sapere
vietando di cullarmi in quelle che so già.
Ed ecco c'è ormai da queste parti
meno nebbia
se non più sabbia
sotto gli stivali...
per quanto la nostra vista è limitata,
per quanto anche in pianura, in giorni limpidi
lontano davanti a me non vedo niente,
chissà se esiste qualcosa oltre ai deserti del West?!
Fratello, non so dove saremo
quando ci mancheranno le forze per andare,
non so se questo viaggio abbia una meta,
ma in fondo quel che è bello è cavalcare.»

[Milano e Genova 1988.10; metafore col personaggio dei fumetti Lucky Luke]

 


 

(Presente alla festa
la contrada soppressa,
lo spettro senza faccia del tempo.)

[1988.8; su una figura del Palio di Siena]

 


In memoria del conte Aldo Gnoli
ispettore dei vini di Ponte, Regola e Parione

rione Regola «Signor conte, al vostro rango
non si addice un ditirambo:
alla vostra vita
privilegiata
che Dio l'ha voluta
diamo un ritmo più distinto,
non scordate il vostro vanto,
quello della nobiltà.
Noi certo rispettiamo
la vostra libertà
di far quel che vi pare,
ma non vi si confà
starvene laggiù all'osteria,
bere
in mezzo a quelle risa popolari,
misere e volgari...
no,
non volgari in verità
gli amici vostri
ma strani, ecco
sono un po' strani,
questo sì:
non è vero Mari'
che ci stanno dei tipi buffi?
Come quelli che si porta
su in questa casa nobile
quando van nell'altra stanza
pe' pparla' coll'anime...
Ci racconti signore,
quella volta che uno spirito
di uno schiaffo la omaggiò
sentì male sulla guancia
o nell'anima soltanto?
Perché poi dirlo a tutti,
si poteva anche tacere
o spiegar che diede un urto
maneggiando il pendolino...»

Sbadiglia
Nepomucèno,
si stira grande quant'è,
guarda il conte con affetto
sorridendo sotto i baffi
(pardon, le vibrisse)
e proclama:
«Sono nero, sono enormo,
mangio, bevo, caco e dormo.»
Tutti riveriscono
il gatto sopra al tavolo
e il conte compiaciuto.

E la casa
intanto s'asciuga,
la grande casa della nostra stirpe
che ci alleva a tutti,
sta in Pace a guardare
la gente che passa,
dentro al vino e ai Quattro Fiumi
diluisce il sangue blu.
Fortuna
e virtù.
Nella luna*
ieri notte a piazza Navona
girava qualche tipo divertente?
A che ora si fece silenzio,
a che ora poi avete finito
di far saltare le puglie sul tavolo?
Hai concluso l'assedio di Berlino?
Tu giochi e diverti
il tuo buon tempo;
e se al mattino tardi a svegliarti
Nepomucèno ti lecca un orecchio,
vuole dirti che il cornetto
sta freddandosi sul letto...
ti levi allora
a dividere la colazione
con il micione.

Dimmi conte le avventure
che t'offrirono i monti d'Abruzzo,
dimmi qual è il fiore che cerchi
quando t'immergi nei campi dell'erba
fra cui Roma è sdraiata
a prendere il sole del Tirreno,
a prendere il tempo del sole,
a riposarsi del tempo.
Ti ricordi di quel colle?...
che arrivati su quel colle
si spalancò davanti la foresta
scura e verde
inghiottì gli occhi.

Accidenti a Saturno,
a questa forma a priori dell'intelletto
con cui ordiniamo i fenomeni:
è un peccato signor conte
non poter giocare con te!


* Imbottiti di nozioni
  come cuscini di paglia:
  perché con luna
  può far rima solo fortuna?
  Una cuna bruna,
  duna,
  cruna!

[1988; ricordi familiari di un prozio mai conosciuto; i versi in bocca al gatto sono suoi]

 


Gli uomini di Aran

Gli uomini di Aran non conoscono il tempo,
se c'è vento da sud
mangiano quando hanno fame.
Quelle la notte sulla spiaggia
non sono fate, gli han detto,
ma solo angeli un po' meno santi;
gli uomini di Aran non ci credono
perché gli angeli non giocano a palla.
Quando uno di loro muore
gridano contro il cielo e contro il mare;
ma gli hanno insegnato delle preghiere,
così si calmano e dicono le preghiere,
quelle le inutili preghiere
stanno buoni e ironici le dicono.
Però poi quando viene il mattino
camminano dentro all'acqua
e bruciano le alghe;
però poi quando viene l'inverno
si ritrovano tutti davanti alle case
ognuno con il suo capo della corda in mano,
la corda che esce dalla casa,
e parlando e lavorando fanno festa.
Viene sera ad Aran
e commentano e bevono e s'azzuffano
e insomma ridono,
e cantano con l'arpa
proprio come a Baile Átha Cliath:
dopotutto sono abbastanza normali
gli uomini di Aran.

[Volpedo 1987.12; sfogliando l'enciclopedia geografica "Il milione" che giaceva in casa acquistata molti anni prima da mia nonna Maria, fui affascinato dalla descrizione dell'arcipelago irlandese delle Aran tratta dal libro di JM Synge]

 


Sonetto

Demente portinaia ha buon umore,
snocciola al gatto nero frasi fatte,
ma il mondo ignora che abbiano un cüore
anche le portinaie, anche le matte.

Canzone, a Laura che forse lo può creder
porta il sentimento spolverato,
di ricordarmi a volte ardisci chieder,
saluta il crine d'oro e il riso grato.

Non son Petrarca io, non son Vecchioni,
ma anch'io vis seul, et ce n'est pas demain
que je suivrai des moutons le droit chemin;

anch'io non sono buono per covoni,
mia erba non scarpe chiodate pasce
ma nei giardini più inquinati cresce.

[Milano 1987.10; riferimenti ad autori che cantarono di una Laura e a "La mauvaise herbe" di Georges Brassens]

 

Versi — <https://www.gnoli.eu/versi.htm> : 2020.12 - 2020.12 -
« [idem] — Università di Pavia. Dipartimento di Matematica <http://www-dimat.unipv.it/gnoli/versi.htm> : 2010.05 - 2021
« [idem] — Yahoo!-Geocities <http://www.geocities.com/Athens/Agora/7070/versi.htm> : 2001.01 - 2009~